Alla vigilia del 43° anniversario della morte lo ricordiamo con un reportage autobiografico

Mario Francese, Maestro del giornalismo d’inchiesta

Mario Francese (Siracusa, 6 febbraio 1925 – Palermo, 26 gennaio 1979)

PALERMO – Ci sono vite segnate dalle guerre, vissute in prima persona o di riflesso. Mario Francese con la guerra, anzi, con le guerre, ha avuto un rapporto particolare. Perché è morto nella guerra di mafia, e perché era sopravvissuto ai bombardamenti del ’43. Lo ha narrato lui stesso in un racconto che, dopo una prima pubblicazione nello “speciale” per i primi cento anni del “suo” Giornale di Sicilia nel 1960, è diventato un volume, edito da Mohicani Edizioni di Palermo nel 2016 (pagine 156, euro 12), realizzato grazie all’Ordine dei Giornalisti siciliano, dal titolo “Quando avevamo la guerra in casa”.
Un’autobiografia che ha rappresentato il primo reportage di Mario Francese, allora studente nel capoluogo siciliano, nel quale ha descritto i drammi e le paure della gente rimasta da un minuto all’altro senza casa e senza affetti, i sogni infranti, le nubi all’orizzonte di una terra di per sé senza grandi prospettive. Un linguaggio crudo, fotografico, quello dei fatti, come deve essere ciò che scrive un giornalista.
Un testo intriso pure di rabbia e pathos, ma nel quale non ha mai fatto emergere rassegnazione, neppure quando da Palermo, tornò a Siracusa trovando la casa dei suoi familiari distrutta, consolandosi a vicenda con il fraterno amico Concetto Lo Bello, che divenne in seguito anch’egli noto, forse ancora oggi l’arbitro di calcio italiano più conosciuto e apprezzato nel mondo. E a Siracusa, tra gli sfollati e i morti in mezzo alla strada, fu lui a dare la notizia dello sbarco degli Alleati. Un Mario Francese poco conosciuto, quello di questo libro, ma che fece da subito intravedere le sue qualità di cronista, di meticoloso e coinvolgente narratore dei fatti.

Mario Francese

Di morti in mezzo alla strada nella sua vita di cronista ne ha visti tanti, forse troppi. Mafiosi e non, di ogni età e ceto. Aveva capito che dietro la seconda guerra mondiale c’erano fatti e persone che non emergevano o che non potevano e non dovevano emergere, così come aveva da subito intuito che in Sicilia dietro le lupare e i mitra c’erano interessi internazionali e politici.
Si era occupato dei casi più importanti della mafia, sin dalla strage di Ciaculli, riuscendo a “scavare” per giungere alla verità. Può essere annoverato tra i maestri del giornalismo d’inchiesta, un esempio per le generazioni successive e che verranno. La guerra l’ha avuta in casa, anche nei pressi della sua casa, in viale Campania a Palermo, dove il 26 gennaio del 1979 venne ucciso da un commando di Cosa Nostra, un bombardamento al quale non riuscì a sfuggire. (giornalistitalia.it)

Letterio Licordari

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