Il giornalista Pietro Comito dà voce all’imprenditore Nino De Masi da 13 anni sotto scorta

Inferi: storia di un sopravvissuto alla ’ndrangheta

Pietro Comito e Antonino De Masi

GIOIA TAURO (Reggio Calabria) – Racconta la storia vera di un sopravvissuto alla ’ndrangheta il libro che Antonino De Masi ha scritto con il giornalista Pietro Comito, insignito dei premi “Borsellino” e “Agenda Rossa”. “Inferi” (Compagnia Editoriale Aliberti, 336 pagine, 19,90 euro) narra, infatti, la struggente vicenda umana, la vita sospesa, i laceranti conflitti interiori, l’amore viscerale per la sua terra e per il suo popolo di un imprenditore calabrese di Rizziconi (Reggio Calabria) costretto a vivere blindato da tredici anni.

Le Officine Meccaniche Antonino De Masi

Il racconto è immersivo. Il lettore, in ogni pagina, attraversa non solo una vera e propria saga familiare che ha inizio negli anni Cinquanta e si dipana fino ai giorni nostri, ma avverte principalmente l’anima e gli struggenti conflitti interiori di Nino De Masi, imprenditore che da molti anni vive scortato, così come sua moglie e i suoi tre figli, mentre la sua azienda è presidiata dai soldati dell’Esercito. Il prezzo della coraggiosa denuncia e della fiera opposizione allo strapotere delle cosche, dunque, pagato con l’ingiusta costrizione della libertà personale e l’ingravescente ombra di una vendetta inumana alle spalle.
Gli inferi contro i quali combatte De Masi sono, pertanto, i mafiosi ai quali per oltre quarant’anni la sua famiglia si è opposta subendo un numero impressionante di minacce ed attentati, ma anche e i tormenti che lo perseguitano da sempre: rabbia, solitudine, paura, sensi di colpa, nel contrasto continuo tra il buio cupo della paura e la luce abbagliante della dignità.
La vicenda narrata attraversa quasi un secolo e descrive in modo coinvolgente i sensibili mutamenti che la Calabria e il Mezzogiorno hanno subito sullo sfondo dell’influenza delle mafie: da realtà rurale a teatro di uno sviluppo industriale disorganico e fallimentare, con la complicità di uno Stato evanescente e fragile. È lungo questa linea temporale che si snoda la storia dei De Masi, iniziata da Giuseppe De Masi, primo imprenditore a «chiudere per mafia», come gesto di ribellione ai clan ma anche all’inerzia delle istituzioni. Il vecchio “Peppe” da bracciante e garzone d’officina, grazie al suo genio e nel volgere di pochi anni costruisce un’azienda capace di esportare macchine agricole in tutto il mondo, senza mai piegarsi ai mafiosi i quali consumano numerosi attentati di stampo terroristico-mafioso dai quali sopravvivono due dei suoi figli.
La battaglia viene, quindi, ereditata dal primogenito Nino, dal padre addestrato alla vita con durezza e rettitudine estreme. Tra i due s’innesca un rapporto conflittuale che sublima in un amore profondo benché inespresso, lo stesso che inevitabilmente legherà Nino ai suoi figli. Nella Piana di Gioia Tauro, dove una bomba mafiosa priva un imprenditore degli arti e della vista, lasciandolo agonizzante per un mese prima di morire, dove viene assassinato un ragazzino innocente, Francesco Inzitari, il protagonista conduce la sua battaglia fino alle conseguenze più estreme, rassegnandosi ad affrontare una condizione che – spiega De Masi – è peggio della morte.
“Inferi”, d’altronde, non offre affatto il profilo affliggente di un uomo provato e dimesso, ma è un manifesto di resilienza, coraggio, lotta, valori, amore per le proprie radici, per la propria terra, che riemergono nei momenti più disperati. Un’opera, dunque, toccante (specie nei capitoli finali), viva, dal valore pedagogico, e che rivendica la dignità dei sopravvissuti in un Paese che piange i suoi martiri senza però imparare da essi.

Antonio Nicaso

Un libro potente, che arriva dritto all’anima. Un’autobiografia che è anche (e soprattutto) un intenso romanzo «scritto col tratto del grande narratore», spiega nella sua prefazione Antonio Nicaso, tra i maggiori esperti al mondo sull’evoluzione delle mafie. Tutt’altro che un testo (solo) sulla ’ndrangheta benché racconti la storia, drammatica e densa di coraggio, di un «sopravvissuto alla ‘ndrangheta», così come recita il suo payoff.
Nel libro anche un contributo di don Ciotti: «È anche una storia di onestà intellettuale e morale. Di fedeltà al Vangelo come alla Costituzione, nel loro invito concorde a mettere sempre il bene comune davanti al tornaconto personale». (giornalistitalia.it)

 

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