Autorizzato dal Cnog, “annullato” dall’Odg, ma si è svolto e Daniele Ditta spiega perché

Il giallo del corso sul brand journalism a Catania

Roberto Triolo, Daniele Chieffi, Daniele Ditta, Giorgio Romeo ieri a Catania

CATANIA – Giallo sul corso di formazione per giornalisti “L’universo nascente del brand journalism, come sviluppare progetti editoriali per aziende e marchi”, che si è svolto ieri a Catania. L’evento, valido ai fini dell’acquisizione dei crediti formativi, ha avuto l’ok del Comitato tecnico scientifico del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, che non l’ha mai rimosso dall’apposita piattaforma del Cnog.

Il corso sul brand journalism a Catania approvato e mai annullato sulla piattaforma del Cnog

A meno di 24 ore dall’inizio dei lavori, però, l’Ordine dei giornalisti di Sicilia, presieduto da Roberto Gueli, ha deciso di annullarlo senza fornire alcuna spiegazione a chi aveva formalizzato l’iscrizione sulla piattaforma del Cnog e, da varie zone della Sicilia, si era già organizzato per parteciparvi.
Il tentativo di stoppare il corso, sconfessando così il Comitato tecnico scientifico del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, trarrebbe origine da una lettera di quattro consiglieri regionali dell’Ordine (Franco Nicastro, Filippo Mulè, Katia Scapellato e Tiziana Martorana) che hanno definito un “grave errore” aver promosso un corso sul brand journalism che, a loro giudizio, «è concepito come una modalità di marketing che cerca di utilizzare le metodologie del giornalismo per obiettivi che con il giornalismo hanno poche affinità». Eppure non è la prima volta che l’Ordine dei giornalisti organizza corsi incentrati sul brand journalism. Lo stesso Daniele Chieffi, giornalista professionista, tra i relatori presenti ieri al corso di Catania, ne ha tenuti diversi, regolarmente autorizzati dal Cnog a Torino, Perugia e Roma.

Daniele Ditta

Allora? Daniele Ditta, segretario dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia, non usa mezzi termini: «Nient’altro che una strumentalizzazione politica, che ha fatto emergere una spaccatura all’interno del Consiglio regionale dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia, tra chi, con la massima trasparenza e correttezza, sente il dovere di esplorare e verificare tutti gli ambiti che ruotano attorno al giornalismo e chi, invece, fa confusione e tira in ballo inesistenti “processi involutivi” o “derive della professione”. Non è possibile chiudere gli occhi davanti ai cambiamenti nel mondo dell’informazione e alle sfide imposte dalla crisi dell’editoria; bisogna, invece, indagare e interrogarsi sul futuro dell’informazione senza pregiudizi di sorta».
Ditta, che ieri non ha rinunciato a moderare l’incontro, ritiene che «chi ha tentato di boicottare il corso, con questa assurda censura, ha pure perso un’occasione di confronto per capire cos’è veramente il brand journalism da uno dei massimi esperti nella materia, ovvero Daniele Chieffi».

Daniele Chieffi

E proprio Chieffi, sia durante il corso di formazione, sia con vari post sui social (prima e dopo l’iniziativa), ha provato a fare chiarezza, sgombrando soprattutto il campo dai dubbi su presunte violazioni deontologiche per i giornalisti che svolgono l’attività di brand reporter per conto di aziende private.
«Brand journalism non vuol certo dire fare marchette», ha puntualizzato l’ex vice caporedattore del quotidiano “la Repubblica” e direttore comunicazione del ministero dell’Innovazione tecnologica, oggi reputation manager e docente.
«Il giornalismo di marca – ha sottolineato Chieffi – altro non è se non l’applicazione delle tecniche giornalistiche alla comunicazione di marca. Queste tecniche sono sostanzialmente due: il senso della notizia, ovvero la capacità di identificare cosa sia rilevante per un pubblico di riferimento, e la capacità di narrazione».
Poi ha aggiunto: «Il brand journalist non scrive sui giornali. No, non è il brand journalist quello che scrive redazionali o pubbliredazionali o, peggio, articoli non esplicitamente promozionali, ma a pagamento. Quelli sono i content editor o più semplicemente giornalisti che fanno marchette.
Il brand journalist realizza contenuti per gli owned media dell’azienda. Lo fa in maniera assolutamente esplicita per il pubblico, senza infingimenti e senza nascondersi dietro a finte maschere di giornalismo tradizionale. Il brand journalism è etico e deontologicamente corretto. La comunicazione aziendale, soprattutto in questo momento, è vincolata alla verità (di parte, ovviamente) e alla correttezza delle informazioni che vengono veicolate. Il bravo brand journalist verifica le storie che scrive e veicola informazioni veritiere, facendo sì che il lettore abbia sempre chiaro che a parlare, raccontare, narrare è un’azienda».
Questi e tanti altri sono stati, quindi, i temi al centro di un corso di formazione che, senza dubbio, ha avuto una portata nazionale (come dimostrano le interazioni sui social), con buona pace di chi intendeva bloccarlo.
«Di fronte alle legittime domande dei colleghi, ai quali non sono stati neppure spiegati i motivi di una procedura di annullamento anomala, che nei fatti non può che essere inefficace, e di fronte a ricostruzioni parziali e completamente fuorvianti da parte di soggetti esterni all’Ordine, che nessuna competenza hanno in materia di formazione dei giornalisti – ha concluso il segretario dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia – era doveroso fare chiarezza. Le strumentalizzazioni politiche non servono e certamente non aiutano il mondo del giornalismo a trovare vie d’uscita ad una crisi senza precedenti e ad un precariato dilagante che colpisce soprattutto le giovani generazioni». (giornalistitalia.it)

 

 

Un commento

  1. Le derive della professione, ci sono da quando esiste la professione. Ho visto giornalisti, che meno di zero sanno del marketing e della comunicazione, stare in commissioni di gara per giudicare il lavoro di agenzie di mkg &comunicazione.

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